Il dialogo appartiene alle Operette Morali, raccolta di prose filosofiche scritte tra il 1824 e il 1832. Leopardi usa la forma del dialogo immaginario — di matrice lucianea — per mettere in scena idee filosofiche in modo drammatico, senza la pesantezza del trattato.
I due personaggi sono la Natura (forza cosmica, cieca, senza volto) e un Islandese (uomo comune che ha cercato per tutta la vita di sfuggire alla sofferenza).
L'Islandese, durante un viaggio in Africa, si imbatte in una figura colossale: la Natura stessa, personificata in una donna gigantesca. Spaventato, le si avvicina e le racconta la propria storia.
L'Islandese pone allora alla Natura la domanda centrale del dialogo:
«A chi giova questa tua continua operazione? Non a te certamente, che non hai bisogno di alcuna cosa; non agli uomini, non agli animali…»
La Natura risponde con totale indifferenza. Non nega la sofferenza: ammette candidamente che la vita degli esseri viventi le serve solo come combustibile per mantenere il ciclo eterno di creazione e distruzione. Gli uomini non le interessano.
Il dialogo smonta due illusioni consolatorie molto diffuse:
La risposta della Natura è la più crudele possibile: non è ostile all'uomo, semplicemente non lo considera. La sofferenza non è una punizione né una prova — è un effetto collaterale di un meccanismo cosmico che procede da solo.
«Io non ho potuto né saputo fare altrimenti che come fo.»
Leopardi lascia il finale deliberatamente ambiguo: l'Islandese viene travolto da un turbine di vento oppure — secondo un'altra versione — divorato da due leoni affamati. In entrambi i casi, la Natura non commenta. Il dialogo si chiude senza risposta, senza redenzione.
Il silenzio della Natura è la risposta. L'uomo muore e la macchina del mondo continua.
La prosa è calibrata, quasi fredda. Leopardi non grida la propria disperazione: la argomenta. Il tono è quello di un ragionamento serrato, quasi scientifico, che rende la conclusione nichilista ancora più devastante.
La personificazione della Natura serve proprio a questo: darle una voce non per renderla umana, ma per mostrarci quanto sia lontana dall'esserlo.
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